SERVIZIO BICI BUS BASSANO-TRENTO? UNA LOTTERIA!

pubblicato da: Riccardo Lucatti - 6 Agosto, 2014 @ 8:39 pm

Detto altrimenti: agosto, servizio bicibus non ti conosco, ovvero una farsa tutta italiana (post 1623)

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Ciclabile della Valsugana: semplicemente fa-vo-lo-sa!

Oggi, 6 agosto 2014, splendida giornata estiva fra tante semi autunnali. Si parte in bici da Levico, 48 km di ciclabile splendida, “luminosa”, asfalto da biliardo, colori “da cartolina”. Mio nipote, genovese di 29 anni, in visita allo zio ormai trentinizzato da 25 anni: “Sembra di vivere una favola!” (sic!). Da Cornale a Bassano 24 km di strada poco frequentata. Una foto sul Ponte degli Alpini e via, alla stazione FS. E qui comincia il bello (bello … si fa per dire!).

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Ore 13,35.

Noi: Per favore, tre biglietti per Trento, con bici.

Addetto alla biglietteria ferroviaria (di malavoglia): Io i biglietti ve li faccio, ma i treni (portabici, n.d.r.) sono temporaneamente sostituiti da un servizio bus. Sta alla discrezione  (?!) dell’autista caricare o meno le bici.

Noi: Dove troviamo il bus e a che ora parte?

Lui: Qui di fronte, ma quello delle 14,30 è stato soppresso, dovete attendere quello delle ore 15,30

Usciamo, cerchiamo il bus e il relativo autista.

Noi: Scusi, lei ci carica le bici?

Primo autista (con accento toscano, anzi, fiorentino): No, sapete, le bici no. Mi darebbero una multa di €700,00. Andate dal mio collega, dietro l’angolo, una corsa uguale alla mia, chiedete a lui …

Chiediamo al secondo  autista (un signore di Vigolo Vattaro).

Secondo autista (risulterà essere un ciclista. n.d.r.): Si, io le bici ve le carico, al massimo tre o quattro, di più non ce ne stanno. Andate in stazione a fare i biglietti per i passeggeri e siate pronti sul marciapiede …

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Il doppione, vuoto, che non accetta le bici

Aspettiamo le 15,30. Andiamo, obliteriamo, carichiamo, partiamo. Il bus del primo autista ci precede. Fa la stessa linea, le stesse fermate. E’ semivuoto, come il nostro, del resto. Arriviamo a Cismon. I due bus sono fermi alla fermata, uno dietro all’altro, vediamo che una famigliola di tre persone con bici riceve dal bus precedente lo stesso rifiuto e viene indirizzata al nostro bus.

Famigliola: Ci può caricare le bici?

Nostro autista: Spiacente, non ho spazio.

Loro: Ma allora, se aspetta un minuto, leghiamo le bici e saliamo senza, andiamo a Caldonazzo a prendere la nostra auto.

Nostro autista: Certo, fate pure, vi aspetto.

A questo punto mi/Vi domando:

1)    se il bus è “sostitutivo di un treno che porta le bici”, non deve forse portare anche le bici.

2)    Gli autisti dei bus possono rifiutarsi di caricare bici nel bagagliaio?

3)    Quale dei due autisti approvereste e quale biasimereste?

4)    Che senso ha prevedere due corse uguali stessa ora, stesso percorso?

5)    Già che le due corse uguali ci sono, perché almeno non caricare le bici anche sul primo bus?

6)    Che senso ha realizzare una pista ciclabile meravigliosa come quella della Valsugana, farla manutenzionare in modo assolutamente eccellente, se poi la si svilisce con simili disservizi?

7)    Chi è responsabile di questa bella trovata? Chi controlla? Come si intende rimediare al disservizio?

P.S.: Ho segnalato quanto sopra anche alla Provincia Autonoma di Trento e al sito Piste Ciclabili, sul cui Forum in risposta è arrivato, tout court, il seguente link, che altro non è che l’orario dei bus (siglato: Provincia Autonoma di Trento + Trenitalia)  che segnala che le bici da Bassano a Trento sono previste solo alle 11,00 ed alle 17,00. Ciò, a mio avviso, non cambia nulla rispetto a quanto da me segnalato, soprattutto nei confronti di turisti stranieri! Nulla rispetto all’imprecisione dell’informazione ricevuta a Bassano; nulla rispetto alle contrastanti opposte risposte dei due autisti; nulla rispetto allo spreco di denaro di due bus che viaggiano, semivuoti, di conserva, uno dietro l’altro; nulla rispetto allo sconcerto della famigliola. La risposta che ho ricevuto da chi mi ha mandato l’orario è “Io ti mando l’orario, io sono efficiente. se poi manca l’efficacia, cioè il risultato, non è affar mio. Sei tu che – comunque – ti devi adeguare all’orario, non l’orario che deve essere stilato in relazione alle esigenze dell’utenza”. E poi, “bus sostitutivi”? No, almeno scrivete “Bus solo parzialmente sostitutivi”

http://www.piste-ciclabili.com/forum/viewtopic.php?f=10&t=352&p=28237&e=28237

Mi scrive la Provincia Autonoma di Trento: …” mi pare che si possa cogliere positivamente quanto propone: imporre a Trenitalia di prescrivere al contraente dalla stessa individuato (Consorzio Trentino Autonoleggiatori) che i bus dotati di bagagliera, quando sostano al capolinea – quindi anche l’unico agente a bordo può verificare le operazioni senza perditempo -  accolgano le bici a bordo entro i limiti di capienza. Provvederemo in tal senso”

BENE, GRAZIE! Tuttavia … quando il sevizio bici è svolto dai treni, non ci si pone il problema di “perdere tempo a caricarle”: si caricano prendendosi il tempo che ci vuole … (anche perché in quei bus l’autista risparmia” già del tempo: non fa né controlla i biglietti). Comunque grazie, molto meglio che niente.

 

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UN’ALTRA FAVOLA

pubblicato da: Riccardo Lucatti - 5 Agosto, 2014 @ 1:33 pm

Detto altrimenti: stavo andando con il mio velocipede da Trento a Domegliara, allorquando … (post 1622)

C’era una volta, e c’è ancora, un paesello adagiato sulla sponda destra del fiume Adige. Esso era ed è attraversato dalla pista per velocipedi che ricalca il tracciato della antica via romana Claudia Augusta. In quel punto un robusto muro (non si sa mai!) separa a sinistra, quasi a scoraggiare le acque, il paesello dall’argine del fiume. Sull’ombra e sul sole di quel muro si affacciano, da destra per chi procede verso meridione, le casette antiche, a dimensione umana, umane esse stesse.

Già altre volte il viaggiatore a pedali era passato di lì. Già altre volte aveva notato un cartello, anzi due. Ma la rincorsa, l’inerzia del suo velocipede avevano fatto sì che egli proseguisse la corsa, per poi fermarsi, qualche decine di metri dopo, a ristorarsi all’ospedaletto … ops, scusate, al velocipede-grill di recente apertura.

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Ma quella volta no. Infatti egli aveva avvisato il suo compagno di viaggio, che poi era un suo nipote, che forse avrebbero trovato un cartello, quel cartello, anzi due. Lo aveva avvisato, quel suo compagno, sperando in tal modo di ottenere anche un altro risultato: che rallentasse un po’ la pedalata, diamine, lui che aveva ben 43 anni in meno! … Rallenta rallenta … ed infatti, su una delle ultime casette, ecco i ricordati segnali!

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I nostri due eroi scesero di sella (sella: vale per i cavalli come per i velocipedi) e furono accolti dalla castellana, cioè dalla signora che apparve subito come l’ideatrice firmataria dei messaggi esposti al pubblico. Il più anziano dei due cercò di intrattenerla per capire il contenuto che si voleva fosse raccolto dai viandanti. Gli fu spiegato che …  ma no, qui la favola finisce. Chi volesse conoscere il seguito, inforchi un velocipede e si rechi a trovare quella castellana …

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LE CONDIZIONI DI PUNIBILITA’ – PRIORITA’ SICILIANE

pubblicato da: Riccardo Lucatti - 5 Agosto, 2014 @ 7:04 am

Detto altrimenti: … due post in uno  (post 1621)

1) La punibilità dei magistrati si, quella dei parlamentari no.  2) Sicilia: prima si pagano i parlamentari regionali. Poi, se restano soldi, tutti gli altri.

1) Responsabilità civile dei magistrati, irresponsabilità dei parlamentari (immunità). Il magistrato commette un errore grave? Incorre in responsabilità civile (concordo!) (1). Il parlamentare/ministro commette un reato comune (furto, peculato, etc.)? Arrestabile o no? Il Parlamento – sostituendosi illegalmente al giudice naturale – emette un giudizio di merito (sul fatto) e non – come dovrebbe – sulla considerazione se l’accusa sia stata mossa solo per impedire l’esercizio politico della sua funzione (non concordo!).

2)  Immunità prepagata. Gestioni separate? Privilegi medievali! Eccone un esempio: il parlamento siciliano ha partorito! La Regione è in crisi di liquidità? Nessun problema: “Prima noi parlamentari e governanti regionali ci paghiamo i nostri elevatissimi stipendi, poi – se restano soldi – si pagano i fornitori e tutti gli altri … che si arrangino, perché  al mondo c’è chi pole e chi non pole, ed io pole!” (non concordo!)

(Postato nelle categorie: morale, civiltà, giustizia, politica)

(1) Un mio amico ha subito un processo per “eccesso di cariche” perchè altri (gli Azionisti di una SpA mista a maggioranza pubblica), al fine di risparmiare stipendi e compensi per più persone, lo avevano nominato Presidente (remunerazione “A”),  Amministratore Delegato (remunerazione “B” di euro zero), di fatto Direttore Generale (remunerazione “C” di euro zero) e consulente (remunerazione “D”). Egli fu imputato  perché  il suo emolumento “D” si sarebbe sommato al mio emolumento “B”: peccato che “B” fosse  uguale a zero!  Gli furono reclamati circa €300.000. Dopo due anni di processo, fu condannato a pagare €10.000, tanto per non disgustare l’azionista pubblico. Ma, aggiungo io, se un privato chiama in causa un altro privato reclamando quella somma e ricevendo solo una sentenza favorevole per un importo 30 volte minore, si espone a sua volta ad una azione della controparte per  l’eccesso temerario della sua richiesta iniziale.

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RESTAURI, RECUPERO DELLA MEMORIA

pubblicato da: Riccardo Lucatti - 3 Agosto, 2014 @ 6:02 am

Detto altrimenti: se rispettiamo la nostra storia, costruiremo un futuro migliore (post 1620)

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1 -WP_20140801_003.

Passavo per caso, lungo la strada che dal paese di Zambana Nuova conduce, verso ovest, ad allacciarsi alla superstrada Nord-Sud. Un’auto di una ditta, due persone al lavoro. Restaurano un vecchio edificio pubblico, una piccola costruzione apparentemente senza importanza.

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Dice … ma perché da questo fatto deriverebbe per noi un futuro migliore? Perché significa che avremmo imparato a tener da conto le “piccole cose”, il frutto e la memoria del lavoro nostro e soprattutto di quello altrui … ecco, del lavoro, non della speculazione finanziaria, degli enormi arricchimenti … ecco: memoria e rispetto. E fiducia ne futuro.

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Ed invece qualcuno ha ritenuto importante restaurare quella piccola costruzione, quella che altrimenti sarebbe diventato un vecchio rudere dimenticato da tutti. La committenza? Probabilmente pubblica. In ogni caso, complimenti al Committente. Non dobbiamo perdere la traccia del nostro passato. Ho scattato tre foto. Ne pubblico solo due. Quanto basta.

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UN PO’ DI ORGOGLIO PERSONALE

pubblicato da: Riccardo Lucatti - 2 Agosto, 2014 @ 6:26 pm

Detto altrimenti: i parcheggi interrati servono anche a questo …  (post 1619)

WP_20140802_005Riva del Garda. Ore 19,15. Un elicottero atterra pochi minuti fa nel Piazzale della Costituzione, quello che sovrasta il Parcheggio interrato Terme Romane. Sicuramente per soccorrere urgentemente una persona che sta male o incidentata all’interno del centro storico, altrimenti non altrettanto facilmente raggiungibile. Quel piazzale … sovrasta un parcheggio interrato … nove anni d lavoro: trovare il nome stesso della società (APM-Altogarda Parcheggi e Mobilità) …

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inventarne e disegnarne il logo, una “P” quasi a forma di spinnaker sulle acque del Lago di Garda  …

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… dotarla si una sede, ricercare ed assumere il personale, addestrarlo, organizzare il servizio della sosta di superficie, lanciare cinque bandi pubblici di gara, costruire l’interrato, realizzare la centrale telematica di tele gestione e tele controllo, misurarsi con l’impresa costruttrice, con residuati bellici, reperti archeologici, TAR, Consiglio di Stato, Corte dei Conti,  la stampa, i conti (quelli economici del sistema) e, last but not least, con l’Azionista pubblico di maggioranza …

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Ecco, nove anni della mia vita e del mio  lavoro. Ecco perché oggi, vedendo quanto può essere utile quel piazzale … ecco perché mi sono sentito orgoglioso del mio lavoro.

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P.S.: chiedo scusa alle lettrici ed ai lettori dell’autocitazione, ma che volete … semel in anno …

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RISORSE DELL’AUTONOMIA TRENTINA SOTTO ATTACCO

pubblicato da: Riccardo Lucatti - 2 Agosto, 2014 @ 3:53 pm

Detto altrimenti: una favola moderna (post 1618)

thS3WAIMWFC’era una volta un buon padre di famiglia che aveva quattro figli. Uno era molto bravo, lavoratore ed oculato. Gli altri tre non altrettanto: lavoravano poco, spendevano molto, sperperavano il denaro, contraevano debiti. Quel padre, pertanto, decise di lasciare al figlio oculato l’autonomia di amministrare  la maggior parte di ciò che egli si guadagnava, mentre disse agli altri di cercare di lavorare di più, di spendere di meno e comunque di rivolgersi a lui in caso di bisogno.

I figli poco operosi si approfittarono della situazione: continuarono a lavorare poco, a non risparmiare denaro, a indebitarsi,  a sperperare denaro e ad ogni fine mese chiedevano al padre di dare loro i soldi necessari a pagare i loro debiti e a saldare  ogni tipo di spesa. Il padre buono li accontentava, ma ad un certo punto per far fronte alle loro richieste fu costretto a ridurre le somme che lasciava in disponibilità del figlio laborioso, il quale gli disse: “Padre, io sono d’accordo con te che se gli altri fratelli hanno bisogno, chi si trova in una situazione migliore debba essere disponibile ad aiutarli. Tuttavia, prima di versare del buon vino in una botte sarebbe prima il caso di chiudere i tanti buchi che ha quella botte?

Il padre buono rispose: “Sì, figlio, hai ragione, ma i tuoi fratelli si trovano in una emergenza, non possiamo abbandonarli …”. Al che il figlio operoso rispose: “Va bene, ma allora facciamo così: questi denari io non te li regalo ma te li presto senza interessi e tu li presti loro  alle stesse condizioni,  ma con l’impegno di restituzione da loro a te e da te a me”.

“Bella idea, disse il padre buono, facciamo così”.

Quando il padre buono comunicò la cosa agli altri suoi figli, costoro credettero di poter continuare a sperperare il denaro, in quanto non avrebbero mai avuto l’intenzione di rendere il prestito ricevuto. Tuttavia il padre buono capì i loro retro pensiero e disse: “Figlioli, sappiate che se entro un anno non avrete iniziato a ripianare il vostro debito, io non vi darò più un euro”.

E fu così che i figli poco operosi furono costretti obtorto collo a modificare il proprio sistema di vita e di lavoro ed iniziarono a gestire se stessi con oculatezza e a risparmiare i denari per essere in grado di  ripianare il prestito che avevano ricevuto. Dopo qualche tempo loro stessi si resero conto di quanto meglio era comportarsi come aveva loro indicato il padre buono, e alla fine, saldati i debiti, furono trattati dal padre con lo stesso sistema riservato al fratello operoso, ottenendo la stessa autonomia amministrativa. In tal modo l’equiparazione dei due diversi sistemi di vita fu fatto, ma verso l’alto e non verso il basso. E tutti vissero felici e contenti.

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HAMAS E ISRAELE, DUE PAROLE

pubblicato da: Riccardo Lucatti - 2 Agosto, 2014 @ 2:49 pm

Detto altrimenti: “Le parole sono pietre” scriveva Don Lorenzo Milani … (post 1617)

… e non solo pietre, mi permetto di aggiungere io. Infatti, in questo caso, anche razzi e soprattutto bombe, cannonate, disperazione, stragi di innocenti …

(quanto segue, da “Narcolessico”)

 Inizia

 israel-palestine[2]Hamas non è un’organizzazione paramilitare di stampo religioso.

Hamas è anche questo, certo. Ma non lo è anzitutto. E non lo è, certamente, per noi.

 Per noi Hamas è soprattutto una parola, una di quelle parole dal suono magico, dal potere evocativo, il nome del cattivo, l’eco della Shari’a, il verso dell’orco. La sua sola emissione presentifica una bolla indivisa cui ascrivere tutto il male possibile, perché tutto il male possibile inferto ai Palestinesi ne risulti – di riflesso – giustificato, corrisposto in qualche modo dall’abiezione della vittima, inaderente a qualunque responsabilità, giacché mai si è responsabili delle sventure che occorrono all’orco. Perché dal nostro punto di vista non si tratta di sventure e di un orco, a ben vedere, tutto interesserà fuorché il suo punto di vista.

Un’organizzazione paramilitare può avere un punto di vista. Un orco no.

 Israele, d’altro canto, non è uno Stato sovrano.

Israele è anche questo, certo. Ma non lo è anzitutto. E non lo è, certamente, per noi.

 Per noi Israele è soprattutto una parola, una di quelle parole dal suono magico, dal potere evocativo, il nome del buono, l’eco della Shoah, la voce dell’eroe. La sua sola emissione presentifica una bolla indivisa cui ascrivere tutto il bene possibile, perché tutto il male che ne deriva ne risulti – di riflesso – contagiato, volto al bene dalla santità del carnefice, adeso alla nostra empatia, giacché sempre si vibra di quello stesso sacrosanto gesto vibrato dal braccio dell’eroe. Perché dal nostro punto di vista si tratta proprio di un gesto sacrosanto e di un eroe, a ben vedere, tutto interesserà fuorché la violenza e il sangue che quel gesto, a fin di bene, comporta.

Uno Stato Sovrano può avere delle colpe. Un eroe no.

 Ecco perché non vogliamo chiederci cosa mai penseremmo di quanto accade ai Palestinesi se accadesse, che so, ai Portoghesi, ai Greci o agli Olandesi. Se accadesse, che so, agli Israeliani.

Perché l’orco è sempre lo stesso. Perché l’eroe è sempre lo stesso. Perché qualunque altro scenario è rubricato alla voce carnevale, e non è più serio né degno d’attenzione.

Perché nel mondo delle fiabe certe cose sono scritte e dette una volta per tutte e come sanno tutti i bambini si rileggono ogni sera nello stesso modo.

Il nostro immaginario impresso nella loro carne, sottratto a qualunque traduzione.

 Finisce

 

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NON DOBBIAMO ASSUEFARCI ALLA CIALTRONERIA E ANCHE A QUALCOSA DI BEN PIU’ GRAVE

pubblicato da: Riccardo Lucatti - 1 Agosto, 2014 @ 6:55 am

Detto altrimenti: in casa vostra, non vi è mai capitato di “abituarvi” a vedere e quindi di accettare passivamente una bruttura?      (post 1616)

In casa nostra.Un muro scrostato, un tappeto sfilacciato, un quadro perennemente storto, lo spigolo del divano graffiato dal gatto … si vabbè, poi lo facciamo, ci penseremo, alla prima occasione, ora ho altro da fare … Ma poi, dopo qualche tempo, vengono meno anche queste pseudo giustificazioni: ecco, ci siamo “abituati” al brutto.

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Quasi un rissoso “bivacco” …

Al Senato (ma anche il Senato è casa nostra!). Urla, gesti scomposti, violenze verbali e non solo, lussazioni alla spalla comprese. E fino a qui aspetti esteriori anche se gravi e deprecabili ed alle quali NON dobbiamo abituarci. Tuttavia le  “violenze” più gravi alle quali assolutamente NON dobbiamo abituarci a mio parere derivano dal mix dei seguenti  “diritti/prassi parlamentari”:

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  • l’assenza di vincolo di mandato;
  • la prassi della migrazione da un partito all’altro (scilipotata palese);
  • la possibilità del voto  segreto (scilipotata occulta);
  • la facoltà di ostruzionismo;
  • la possibilità di scatenare crisi al buio;
  • l’interpretazione (illegale) dell’autorizzazione a procedere contro un parlamentare come valutazione nel merito delle azioni dell’ “imputato” e non come azione del giudice mirata/non mirata  a impedirne l’esercizio della funzione politica.

Ovvero:

 “Non sono vincolato dal vincolo di mandato, cioè io voto come decido io, secondo “coscienza” (leggi: interesse personale)  e non secondo le indicazioni del partito entro il quale sono stato eletto/nominato.  E voglio esercitare questo mio “diritto” anche senza metterci la faccia, cioè con il voto segreto. Inoltre, io posso presentare migliaia di emendamenti burla, che nulla hanno a che fare con la materia delle proposte politiche. E poi, quanto alla mia “particolare” gestione del denaro e del potere, fino a quando posso contare su una maggioranza “politica”, non sarò mai arrestato”.

A mio avviso ciò significa licenza di uccidere la legge e la democrazia, garantiti dall’anonimato. Ecco, si può concordare o meno con le mie conclusioni, ma ciò che non è possibile fare è assuefarci all’esistenza dei problemi, ciò che non è possibile fare è non riflettere sulle evidenti contraddizioni, illogicità ed illegalità del sistema.

 E nel frattempo? Nel frattempo … dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur! (Mentre a Roma si discute, la Sagunto (della nostra economia) è espugnata).

Come uscirne? Combattendo i fenomeni negativi? Si, certo, ma soprattutto eliminando i presupposti  che ne hanno consentito l’origine, come si dovrebbe fare per le stragi palestinesi.

 

 

 

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FRATELLI D’ITALIA?

pubblicato da: Riccardo Lucatti - 31 Luglio, 2014 @ 9:03 am

Detto altrimenti: magari! Utinam an, magari fosse vero, ve lo dico anche in latino! (post 1615)

Fratelli. In una famiglia. Se uno continua ad arricchirsi e l’altro non arriva a fine mese, il primo cede un po’ di ricchezza al secondo.

Ma in Italia non succede così. Il ricco è sempre più ricco e il povero fa … il suo dovere: diventa sempre più povero. Mappoi (mappoi) ci sono gli altri, gli esenti, i derogati, quelli che le gestioni separate, quelli che i diritti acquisiti.

Diritti acquisiti? Io mi chiedo: chi ha inventato questa categoria, si è però dimenticato di ricomprendervi quelli sanciti dalla nostra Costituzione: il diritto al lavoro, alla famiglia, alla dignità … Hai visto mai che questi ultimi non siano prioritari sugli altri, cioè su quelli già censiti ….

E invece, ci capitano tutte addosso le disgrazie impreviste ma prevedibili, la pianificazione per le prossime elezioni e non per le prossime generazioni (Degasperi si rivolterà nella tomba!), le alluvioni del Nuovo Clima Tropicale … e noi? Noi comperiamo gli F 35; registriamo uno scandalo al giorno (che leva il precedente di torno); abbiamo una pressione fiscale del 53% (la quale pressione grava naturalmente solo su chi le tasse le paga): etc. etc…

Come uscirne? A mio avviso il primo problema è il problema antropologico: il paese è mio, io sono un suo “azionista”, io devo e voglio capire ciò che succede e quindi giudicare e poter agire di conseguenza. Subito dopo, anzi, insieme, il problema morale. Il terzo problema? Il ritardo nel costituire gli Stati Uniti d’Europa. Se non risolviamo questi tre problemi, sarà dura … molto dura uscirne.

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PALESTINA: LA STRAGE DEGLI INNOCENTI

pubblicato da: Riccardo Lucatti - 31 Luglio, 2014 @ 6:45 am

 (vedi anche mio post del 8 luglio 2014)

Detto altrimenti: non si può retare indifferenti. Non ci stiamo indignando abbastanza di fronte a queste “morti di serie “B”. Già, perché vi sono moti di seria “A” (olocausto) e morti di serie “B”: la strage degli Armeni, quella degli Indiani e degli Indios d’America, le continue stragi africane, la strage palestinese, quelle degli immigrati affogati nel Mare Nostrum, le stragi per fame e malattie nel mondo … (post 1614)

th7N98A9YYPalestina. Non sono antisemita, sia per una convinzione morale sia se non altro anche perché non si può essere “anti-“ una cosa che non esiste, cioè la “razza ebraica”, in quanto la razza umana è una sola: quella umana, appunto, ed io non sono ovviamente contro la mia stessa razza.

Non sono contro l’ebraismo se non altro anche perché io non sono contro alcuna religione.

Sono contro la guerra e le stragi, soprattutto se si tratta di stragi di innocenti.

ZOM1[1].

Dice: ma anche gli USA bombardavano le città tedesche pur di accelerare la fine della guerra. Sì, dico io, ma il tempo matura inutilmente? La cultura della guerra, del colonialismo sono – o almeno dovrebbero essere – cose del passato. Il colonialismo? Per certi aspetti la creazione dello Stato di Israele  a danno dei palestinesi rappresenta un episodio di colonialismo permanente, stante il continuo espandersi degli insediamenti dei coloni israeliani. Suggerisco la lettura di un libro: “Con il vento nei capelli – Una Palestinese racconta” di Salwa Salem (giunti Editore). Poi ne riparliamo. E adesso copiamo un po’ da un altro blog trovato in internet …

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 Inizia

 I Palestinesi possono morire tutti

 10 morti – Non posso parlare del conflitto Israelo-palestinese. Non ne so abbastanza.

 40 morti – Posso parlare, però, dell’opinione pubblica italiana, nella quale sono immerso da lungo tempo.

64 morti – Non parlerò, però, delle fazioni tifose, che puntualmente saltano fuori in mancanza di altre competizioni che consentano loro di schierarsi da qualche parte. Non credo sia necessario spendere parole per chi difende Israele in nome del suo status di democrazia persa nel mondo brutto e cattivo dell’Islam o per chi indossa una kefiah e solidarizza con un fronte armato a vocazione religiosa di cui in realtà non condivide (e non sa) quasi nulla. Considero queste posizioni ugualmente cretine e dei cretini non parlo.

115 morti – Parlo più volentieri di una terza categoria. Gli osservatori. I politologi da toilette, quelli che seduti sulla tazza sfogliano l’Espresso, Limes, il Corano (comprato il giorno prima perché avere in casa solo la Bibbia, in questa fase, li faceva sentire sporchi dentro) e dopo aver azionato lo sciacquone escono dal bagno nella sardonica e amara consapevolezza d’essersi affrancati dalla litigiosa superficialità del mondo.

120 morti – Li chiameremo “accademici”. Gli accademici non parteggiano. Scuotono la testa perché sanno che la loro preziosa visione delle cose, basata su un approfondito esame della posta in gioco, è minoritaria per definizione. Cosa sanno realmente del Medio-Oriente? Praticamente nulla, in realtà. Ma si stanno documentando e, scambiando i mezzi con il fine, eleggono il documentarsi a obiettivo primario della civiltà.

140 morti – È un vero peccato che Palestinesi e Israeliani, dopo tutto, non si fermino un momento per andare al bagno e documentarsi un po’ su loro stessi.

 150 morti – Ovviamente gli accademici parlano malvolentieri dei morti, perché fare retorica sul dolore non sarebbe degno.

160 morti – E allora parte il pippone solonico su quanto sia facile tifare per questo o per quello e su quanto invece sia più difficile, ma doveroso, comprendere le ragioni profonde che stanno dietro a quel conflitto. A questo punto il fiume si sta già ingrossando ma la piena arriva in fretta: la geopolitica, gli USA, i califfati, le primavere arabe, il Mossad, la Russia, la crisi Siriana, lo scenario iraniano in veloce mutamento, e la Giordania? Oh ma la Giordania?, la Bibbia, il Corano, Hamas, il Likud, l’Olocausto, la guerra dei sei giorni, il Sionismo, la diaspora, la fuga dall’Egitto, Mosè, il ruolo perduto dell’Italia nell’area mediterranea, ti ricordi Craxi e la crisi di Sigonella?, D’Alema che dopo tutto, Andreotti che con Arafat si andava via che era una meraviglia, e spiace – alla fine – non trovare un’ultima rubrica che metta in evidenza come il regime alimentare osservato dalle due fazioni non aiuti a fornire al cervello le giuste vitamine per attivare l’enzima della pace.

230 morti – Facile dire no alla guerra. Facile condannare Israele. Facile gettare fango su Hamas. Per carità. L’accademico – se solo gli prospettate una di queste cose – se ne ritrae schifato che manco un gelato alla cacca e torna subito a leggere qualcosa sugli sport praticati nel tempo libero dagli arabi israeliani, un aspetto della vicenda che in questo clima da stadio rischiava di passare sotto silenzio e che invece è ovviamente fondamentale per capire di cosa stiamo parlando. E giù letture. Alla fine bisogna ricorrere al Guttalax per avere di che chiudersi in bagno senza destare sospetti. L’unica voce di spesa che supera quella delle riviste specializzate, in questa fase, è quella per la carta igienica.

250 morti – Ora, volete mettere in crisi un accademico? Chiedetegli una priorità. Andate lì e gli dite: “Tesoro, senti, puoi uscire un attimo dal bagno? Allora, qua ormai siamo a 300 morti. Ho capito che ancora non abbiamo analizzato il DNA dei capelli trovati sulle spiagge di Gaza, ma fra tutte le questioni che sollevi con tanta ponderazione ti dispiacerebbe indicarmi una priorità? Ti dispiacerebbe dirmi qual è, secondo te, la cosa che va fatta per prima?”

302 morti – La priorità è piuttosto facile da individuare: interrompere il massacro, evitare che il numero dei morti aumenti. E visto che quei morti sono al 98% palestinesi, la priorità è fermare Israele. Punto. Non perché si debba tifare per Hamas ma perché i morti li fa Israele. Priorità, appunto. Facile metterla così, dirà l’accademico, ormai sommerso dai suoi approfondimenti e costretto, in emergenza, ad usarne alcuni come carta igienica.

340 morti – Magari fosse facile metterla così. Non è facile per niente. Anche il Papa – che non ha un elettorato davanti al quale farsela sotto – si limita a dichiarazioni generiche, cose del tipo: basta alle violenze e no alle cose brutte. Nessuno fra quelli che contano qualcosa, in Europa e tanto meno negli Usa, si azzarda a chiedere che Israele sospenda l’eccidio. Tutti quanti sappiamo che si tratta di questo: un eccidio, un genocidio, uno sterminio scientifico e programmato. Al massimo, tuttavia, capeggiati dalla nostra tribù di accademici, siamo disposti a manifestare amarezza per la tragedia umana (stando ben attenti a non darle colore o identità), salvo poi tirare i remi in barca quando si tratterebbe di individuare i responsabili e mandare loro un messaggio chiaro. Perché?

350 morti – A questa domanda, per piacere, non fate rispondere l’accademico che dentro di voi si passa la mano sotto il mento. Chiudete il saggio sulla crisi armena e sulla latitanza diplomatica della Turchia e ammettete a voi stessi una cosa. Ammettete a voi stessi quello che nessuno dice. Quello che non si può dire. E cioè che alla fine, a noi, noi italiani europei occidentali americani atlantici come ci pare, a noi insomma, va bene così. Ammettete a voi stessi che sotto sotto, fra le pieghe di un inconscio collettivo nemmeno troppo inconscio, il nostro cuore batte forte per i missili che con tanto eroismo si schiantano su Gaza, facendo piazza pulita di morettini dall’aria poco raccomandabile, grandi o piccini che siano. Ammettete a voi stessi che Israele campeggia nel vostro immaginario, anzitutto, come avamposto occidentale nella terra del burqa, un avamposto a cui tutto è concesso perché tutto ciò che l’attornia appartiene a un modello di civiltà che non è il nostro e di cui, in fondo, non ci può fregare di meno. Ammettete a voi stessi, a voi stessi accademici, a voi stessi osservatori, a voi stessi teorici da toilette, a voi stessi geopolitologi in botta di guttalax, ammettete a voi stessi che i Palestinesi possono morire tutti, dal primo all’ultimo.

370 morti – Ammettete a voi stessi che l’attitudine a questo patologico e compulsivo approfondimento è un modo per prendere tempo e consentire alla tragedia di consumarsi come meglio crede. Nella peggiore delle ipotesi, in fondo, sarete colti a studiare e nessuno potrà accusarvi di nulla. Ammettetelo. E provate a pensare, per averne la riprova, a che reazione avreste se la situazione fosse a parti invertite, con Hamas che massacra gli Israeliani con bombardamenti a tappeto e incursioni di terra. Le navi di mezzo mondo sarebbero schierate davanti a quelle coste a spolverare i Palestinesi dalla faccia della Terra, e col cavolo che perdereste tutto questo tempo a documentarvi, ad approfondire e a nascondervi dietro le clamorose foglie di fico di cui in questi giorni amate addobbarvi. Saremmo tutti ebrei, altro che Kennedy che fa il berlinese. Perché i morti non sono tutti uguali. E i loro, i morti di quelli lì, non contano niente. Ammettetelo, su. Per questo possiamo perdere tempo a fare gli accademici. Per questo rinunciamo a darci una priorità.

 400, 450, 480 morti – Fate un favore a voi stessi. Ammettetelo e finitela di prendervi in giro. L’unica cosa peggiore di un crimine è l’incapacità, sottoscrivendolo, di averne il coraggio e la faccia.

 1300 morti – “Fatti loro“: il riassunto dei vostri studi, fondamentalmente, è questo.

 Finisce

 

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